Si fa presto a dire “Cloud”!

Sono una copy, mi occupo di scrittura e, come si usa dire: “le parole sono importanti”.

Dunque, con “cloud” immagino sia andata più o meno così:

🤓: “Come chiamiamo un server virtuale?”
😳: “In che senso virtuale?”
🤓: “Beh…enormi datacenter in giro per tutto il mondo: la rete li connette, tu ci metti i tuoi dati per recuperarli in qualunque momento, dovunque tu sia. Virtuale. Ovvio no?!”.
😈: Aha, ci sono…è una nuvola di dati che ci avvolge!

Mannaggia, da un lato “cloud” è una bellissima sintesi linguistica, dall’altro è capace di un gran caos, considerata la contrapposizione (linguistica e non) tra chi di noi ha la testa tra le nuvole e chi invece i piedi ben piantati per terra.

Facciamo un po’ d’ordine quindi! 

Cos’è il cloud: l’infrastruttura

L’infrastruttura del cloud si compone così:

  • Tanti data center connessi tra loro. Al loro interno si trovano le macchine che fanno funzionare il cloud: i server. Un esempio: Amazon WebServices.
  • Poi ci sono gli applicativi: l’interfaccia con cui abbiamo a che fare noi quando carichiamo i dati, ad esempio Dropbox. (Sì, Dropbox è solo un software che sistema i dati al posto giusto, ma non gestisce le macchine né i datacenter).

In pratica, il cloud è un bancomat dei dati! Immaginatelo: c’è la banca (server), dove avete depositato i vostri soldi (dati). Per prelevarli, ovunque voi siate, vi basta trovare un bancomat (applicativo).

Voilà, ecco spiegata l’infrastruttura assolutamente terrena del cloud, che nulla ha a che fare con l’immaterialità di cirri e cumuli nembi.

La differenza tra sistemi in cloud e sistemi “normali”

Costi e organizzazione a parte, per progettare la soluzione migliore è importante capire il concetto di “scalabilità” di ciascun sistema: entrambi possono ampliarsi progressivamente a seconda delle esigenze, ma in modi diversi.

Sistemi classici: il server dedicato

In questo caso si dice che la scalabilità è verticale e coinvolge l’hardware, ma non le applicazioni.

Ad esempio, man mano che un business cresce e le persone / computer che lavorano nello stesso ufficio aumentano, sarà necessario avere un server più potente, capace di gestire più file, più pesanti, più richieste, più…tutto.

Qui è sufficiente una modifica del componente hardware: in gergo i tecnici dicono “aumentare la potenza di calcolo”. 

Sistemi in cloud

La scalabilità diventa orizzontale e si aggiunge il concetto di “multiridondanza”.

In soldoni: quando il primo server è pieno collego il secondo, poi il terzo e così via, in modo da allargare all’infinito la capacità di contenere dati.

Si introduce la ridondanza per non perdere pezzi per strada (le macchine sono pur sempre macchine e possono rompersi!), dunque per ogni server aggiunto, si può creare un suo alter ego, capace di entrare in funzione al posto del suo originale in caso di necessità.

Mi spiego con i disegni (le parole sono importanti, ma senza le figure saremmo perduti): questo è uno schema estremamente semplificato di un cloud per le foto. La massima capienza del server è 50, superata quella, per arrivare a 60 foto si aggiunge una seconda macchina. Gli alter ego garantiscono la sicurezza del dato e non sono visibili all’utente.  

cloud

C’è differenza tra backup e ridondanza?

I server alter ego, in cloud, entrano in funzione immediatamente alla rottura del server originale: l’utente non si accorge di nulla. Si parla di Business Continuity.

Un normale backup , su server o disaster recovery ha invece bisogno di tempo per essere attivato: tempo che per un e-commerce potrebbe essere vitale.

Sfatiamo il mito: costi e sicurezza del cloud

Il cloud è gratuito: falso!

Fatta eccezione per qualche piano gratuito dei principali provider (icloud, dropbox ecc..) il cloud rischia di costare parecchio perché non può prevedere la mole di dati che saranno necessari.

Facciamo un esempio e due conti. I principali provider cloud possono offrire il servizio a 0,0001 centesimi al secondo per 1GHz. Sembra pochissimo, ma moltiplicato per gli 86.400 secondi di una giornata fa ben 8,64€ al giorno, 259€ al mese, 3.110€ all’anno.

Al contrario, quando si progetta una struttura classica, viene prevista la potenza necessaria e il costo è definito a priori.

Il cloud è sicuro: falso!

Mettere i dati in cloud significa esporli alla rete. E tutto ciò che si trova in rete è (se pur difficilmente) attaccabile.
Il cloud ha il suo “alter ego” all’interno della stessa nuvola / data center. Questo significa che se si rompe una macchina, si è protetti dal suo alter ego, ma se dovesse “cadere” tutta la nuvola non ci sarebbe rimedio fino al totale ripristino.

Le soluzioni ibride sono sempre le migliori

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi perché usare il cloud, moda a parte.

Innanzitutto, ci sono programmi che funzionano solo in cloud (noi utenti normali non lo sappiamo, ma dropbox, wetransfer, icloud, spotify, google docs non potrebbero esistere senza!).

Va detto però che per la maggior parte dei business la soluzione migliore è creare dei sistemi ibridi, con una base proprietaria e una parte in cloud.

Tutti gli e-shop che nasceranno a seguito dei vari lockdown del 2020 dovrebbero far funzionare l’applicativo su un server provider come Momit e gestire i picchi di traffico in più (blackfriday, cibermonday, discountuesday &co) con il cloud.

Lo stesso ragionamento vale per tutti coloro che gestiscono siti e app con picchi di affluenza ben definiti nell’arco della giornata.

Il sistema ibrido, con il cloud che interviene al momento del bisogno, permette di risparmiare molto sul sistema informatico.

Momit lavora con Oplon.net, un software che consente di indirizzare il traffico su piattaforme diverse e location diverse, se e quando serve.

Come per ogni sistema complesso che si rispetti, ecco la tabella dei pro e dei contro!

cloud

E ora vi lascio, che ho il tarlo di come avrebbe potuto chiamarsi il cloud per dire tutte queste cose, senza creare malintesi di nessun tipo. Se ci riesco, ve lo faccio sapere! 😉

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